| Siamo ancora in un periodo storico
dove perdura una insicurezza generale data dai continui cambiamenti
politici e dalla presenza sul territorio, sopratutto della nostra
“bassa”, di soldati e soldataglie, che non lasciavano tranquilli i paesi
e i paesani delle nostre campagne, tanto da non invogliare le
committenze ad assumere artisti per lavori nei propri palazzi. Anche gli
edifici religiosi, loro malgrado, dovettero sottostare a questi eventi
tanto che fino a dopo i primi vent’anni del secolo diciottesimo non
furono molte le Chiese costruite ex novo o perlomeno rifondate. Per
questo motivo le commissioni, affidate ad artisti in quel periodo, sono
state poche, e quindi quelli “bravi” lavoravano o in studio proprio o
venivano assoldati da qualche mecenate per dar lustro alla propria
casata. Ecco perché non abbiamo grandi riscontri in lavori eseguiti in
quel periodo, e soprattutto perché sappiamo che parecchi pittori in quel
tempo per sbarcare il lunario dovettero arrangiarsi con altre attività.
Così troviamo il Fabbri suonare egregiamente l’oboe; il Bazzani stesso
al seguito del padre lo troviamo ad aggiustare candelieri ed oggetti in
argento ed oro, o a periziare e catalogare opere d’altri pittori (doc.a
pag. 52). Altri forse i più acculturati a fare scenografi per teatro,
come il Cadioli, o per spettacoli carnevaleschi, altri a progettare case
e palazzi. Non sorprende quindi che in questo contesto un pittore come
Francesco Maria Raineri, già in età matura, senza altre capacità se non
la pittura, abbia passato momenti difficili, tanto da dover vendere le
ultime proprietà qui a Schivenoglia. Non abbiamo trovato niente di
sicuro a questo proposito che ci illumini sulla vita privata, nel
quotidiano di Francesco Maria Raineri, né viaggi, né matrimonio, né
famiglia, né aneddoti sulla vita mondana, niente di niente insomma, a
tutt’oggi. La pittura la sola sua astrazione, nel suo studio,
sicuramente con allievi, attento a dipingere tele e tavole che agli
occhi dei severi critici del tempo apparivano improponibili sia per i
luoghi di culto che per alcune dimore nobiliari. Sono note le antipatie
nei confronti dello Schivenoglia, tuttavia, crediamo sia stato un
periodo di lavoro intenso e fecondo, svolto però a modo suo anche se,
purtroppo, temiamo che gran parte delle sue opere abbiano subito la
sorte delle quattro vele della cupola della ricostruenda Chiesa di San
Barnaba in Mantova affrescate dal Nostro attorno l’anno 1722 con
l’immagine dei santi Filippo Benizzi, Alessio Falconieri, Giuliana
Falconieri e dalla beata Elisabetta Picenardi, ma che poco dopo la Sua
morte, nel 1763, furono sepolte sotto gli stucchi rococò di Stanislao
Somazzi. Strano destino è toccato a moltissimi dei lavori dello
Schivenoglia, cancellati per sempre dalla vista dei posteri. Ma dove
sono rimaste tele e decorazioni dipinte da pittori della scuola dello
Schivenoglia come Giuseppe Orioli, Giovanni Cadioli, Bartolomeo
Dell’Acqua, Dionisio Mancina, Siro Baroni, o con Lui, o come Lui, al
servizio della confraternita “Servita”, del Nostro e delle Sue opere non
è rimasto più niente. |